"Quando si lavora per piacere agli altri si può non raggiungere lo scopo ma le cose che si compiono per far piacere a noi stessi hanno sempre la probabilità di interessare qualcuno."
Marcel Proust


20/03/2012 Conversazioni sul Postmoderno. Biblioteca civica Pordenone.

BIBLIOTECA CIVICA LICEO LEOPARDI-MAJORANA

SOCIETA’ FILOSOFICA ITALIANA SEZIONE FRIULI VENEZIA GIULIA

CONVERSAZIONI SUL POSTMODERNO

LETTURE CRITICHE DEL NOSTRO TEMPO
A cura di Flavia Conte

Domani mercoledì 21 marzo 2012 alle ore 18.00, presso la Sala “Teresina Degan” della Biblioteca Civica di Pordenone
, ci sarà il quinto appuntamento con le Conversazioni sul Postmoderno. Letture critiche del nostro tempo organizzato in collaborazione tra Biblioteca Civica, Liceo Leopardi-Majorana e Società Filosofica Italiana Sezione Friuli Venezia Giulia. L’ingresso è libero a tutta la cittadinanza.

Nello specifico la relazione di domani di Marco Durigon riguarderà:

IL POSTMODERNO FRA CINEMA E LETTERATURA

Il dibattito sul postmoderno nel cinema è ancora in una fase fluttuante e, nonostante la pluralità di voci e interventi, non ha portato a una definizione precisa e a una visione globale. D’altronde racchiudere la questione entro confini ben delimitati sarebbe come negare l’idea stessa di complessità che è insita nel concetto di postmodernità.
Laurent Jullier, docente di estetica del cinema presso l’Università Sorbonne di Parigi, indica in Guerre stellari di G.Lucas (1977) l’atto di nascita del cinema postmoderno: grazie anche all’introduzione del sistema Dolby, esso avrebbe inaugurato il film-concerto, ovvero un cinema caratterizzato dalla presenza decisiva della musica (rispetto alla quale è l’immagine stessa a fare da sfondo), contraddistinto da figure stilistiche (carrello in avanti, effetto clip, macchina da presa in costante movimento, 3D) capaci di provocare nello spettatore un “bagno di sensazioni, l’impressione di galleggiare al centro di un magma i cui suoni toccano direttamente, come l'acqua del bagno, il suo corpo intero”. E’ un cinema che necessita di proiezioni ad alto livello tecnico (schermo grande, immagine ben definita, sistema acustico perfetto), in cui contano gli effetti speciali, i “fuochi d’artificio”; è un cinema che si fa evento, che seduce “lo spettatore alla ricerca di emozioni forti per contrastare la mancanza di emozioni”. E’ infine un cinema che non rinuncia alla voglia di raccontare, ma che lo fa in modo diverso dal racconto classico di genere, per assumere connotazioni di debolezza, leggerezza, dispersione, commistione, frammentazione (dal testo, chiuso e compiuto, all’ipertesto, percorribile in più dimensioni e soggetto a differenti letture).
Naturalmente tutto questo non basta per definire un film “postmoderno”: per una riflessione più approfondita viene spontaneo rivolgersi alla letteratura, che ha sempre mantenuto un rapporto piuttosto stretto con il cinema. Le due arti presentano da sempre grandi affinità e questo perchè entrambe nascono dalla voglia di raccontare e per farlo devono mettere in atto precise (e spesso comuni) strategie narrative. Ecco allora che, prendendo in considerazione il romanzo più rappresentativo della produzione postmoderna in Italia, Il nome della rosa di Umberto Eco, è possibile riscontrare alcune delle caratteristiche peculiari del cinema degli ultimi trent’anni: l’impossibilità di inquadrare l’opera in un genere codificato (i film di Quentin Tarantino mescolano insieme elementi che appartengono al noir, al gangster movie, al poliziesco, al comico), il recupero del passato per citarlo in modo allusivo e ironico (il cinema postmoderno cerca nutrimento dal passato, un nutrimento che viene analizzato, frammentato, parodiato, messo in discussione attraverso il gioco), la sfida al lettore/spettatore, chiamato continuamente in causa nel riconoscere le infinite allusioni e spesso gli errori volutamente nascosti dall’autore all’interno del racconto (si vedano per esempio i film di David Lynch, di Woody Allen o dei fratelli Coen).
Un ultimo aspetto deve essere tenuto presente nell’analisi della produzione letteraria e soprattutto cinematografica degli ultimi anni. Siamo nell’epoca dei computer, dei videogiochi, delle simulazioni; siamo nell’epoca della realtà virtuale e ciò che viene meno nell’immagine virtuale è il rapporto ontologico con una realtà che le preesiste o che esiste indipendentemente da essa: l’immagine non è più l’impronta o la traccia del mondo ma diventa un semplice modello simulacrale generato dal nulla grazie a un linguaggio tecnologico.
Dal sembra vero, con cui i primi spettatori del cinema accoglievano le proiezioni dei fratelli Lumière, al sembra un film, con cui molti spettatori televisivi hanno reagito alle immagini dell'11 settembre 2001, si è pienamente compiuto un salto cognitivo: una sostanziale indistinzione tra reale e immaginario.
In una fase in cui la linea di separazione tra rappresentazione e vita si fa sempre più labile si fanno strada i mondi artificiali di Tron (Steven Lisberger) e Matrix (dei fratelli Wachowski) o figure ibride come i replicanti di Blade Runner, che poi non sono altro che la trasposizione filmica dei protagonisti di un genere letterario di grande successo: quello del cyberpunk iniziato proprio da autori come Philip Dick e William Gibson.
Paradossalmente, accanto a tutto questo, nel cinema si assiste a una sorta di “tracimazione del reale”: temporalità dilatate nella tecnica del rallenty, montaggio serrato, abbondanza di dettagli di oggetti, ambienti, corpo umano. E tanto
più il film cerca di simulare il reale, tanto più risulta finto. E’ un eccesso dello sguardo, una ricerca del dettaglio più irriverente, un fenomeno che investe tutta la comunicazione di massa e che Baudrillard definisce “oscenità della comunicazione”.

Marco Durigon
E’ nato a Spilimbergo, si è laureato in Lettere presso l’Università di Trieste, ha conseguito un master in “Comunicazioni multimediali e web content management”, è un appassionato di cinema, attualmente insegna materie letterarie presso il Liceo Leopardi-Majorana di Pordenone.