"Quando si lavora per piacere agli altri si può non raggiungere lo scopo ma le cose che si compiono per far piacere a noi stessi hanno sempre la probabilità di interessare qualcuno."
Marcel Proust


20/02/2012 Matteo Menotto, Le città invisibili, mostra e performance a Pordenone

COMUNE DI PORDENONE

BIBLIOTECA CIVICA
piazza XX Settembre

LE CITTA’ INVISIBILI
MOSTRA DI MATTEO MENOTTO
basata sul testo di Italo Calvino

inaugurazione sabato 14 gennaio - ore 18.00

presentazione di Pietro Rigolo
sala esposizioni

PERFORMANCE
A CURA DEL TEATRO DELLA SABBIA
con Caterina Comingio e Maurizio Perrotta,
video di Matteo Menotto
regia Vincenzo Muriano

sabato 14 gennaio – ore 20.30
sala conferenze “Teresina Degan”


Matteo Menotto (1983), pordenonese, è un architetto che lavora principalmente nel campo dell’arte grafica e dell’immagine.
In seguito alla laurea in Architettura presso l’Università IUAV di Venezia si specializza al Politecnico di Milano e segue corsi di approfondimento in illustrazione e design presso il Central Saint Martin’s College di Londra.
Svolge collaborazioni per designers, aziende e testate di settore; dal 2007 ad oggi è docente di illustrazione presso IED Modalab Milano, nel 2008 e 2009 cultore della materia presso il Politecnico di Milano e dal 2010 è illustratore e docente per Esmod Berlin.
Attualmente vive a Milano.

Pietro Rigolo, pordenonese, è dottore di ricerca in arte contemporanea presso l'Istituto Italiano di Scienze Umane - Universita' di Siena.
E' collaboratore alla didattica presso l'Universita' IUAV di Venezia, scrive regolarmente sulla rivista Abitare e lavora come curatore indipendente.
Nel 2011 ha partecipato al Gwangju Biennale International Curator Course, Gwangju - Corea del Sud.

Interpreti della performance:
Vincenzo Muriano, pordenonese, attore e regista formatosi alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano e fondatore del Teatro della Sabbia.
Caterina Comingio, pordenonese, attrice formatasi alla Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine e cofondatrice del Teatro della Sabbia.
Maurizio Perrotta, pordenonese, attore, cantante e regista formatosi tra gli altri con i maestri Luciano Rocco e Ferruccio Merisi.




Le città invisibili di Matteo Menotto (Testo di Pietro Rigolo)

“Anche le statue muoiono”, recita il titolo di un film di Chris Marker che s’interroga sulla fine di alcune maschere africane chiuse nelle vetrine di un museo. Una sorte analoga spetta ai libri in una biblioteca. Ad un’opera d’arte per vivere non basta essere vista - o letta, in questo caso - ma deve respirare l’aria di questo freddo pomeriggio di gennaio, e confrontarsi ogni giorno con nuove tecniche e visioni del mondo. Il fatto che oggi vengano realizzate delle illustrazioni per un libro che proprio quest’anno compie 40 anni, attesta ancor di più, se ce ne fosse bisogno, che sta invecchiando bene.
Le città invisibili, quando vengono visitate da un illustratore, per di più architetto, sembrano allo stesso tempo fare l’occhiolino e ritrarsi: da una parte offrono una miniera sterminata di riflessioni su un tema prediletto, dall’altra, si dichiarano fin dal titolo non visibili e quindi, se ne deduce, non raffigurabili. Quasi tutte queste folgoranti visioni, d’altro canto, non fanno che parlare della città che conosciamo, attraverso un continuo gioco di svelamento, e di ulteriore messa a distanza, attraverso delle immagini riflesse, ribaltate, sempre duplici. Questa caratteristica insita nella parola stessa di Calvino, nel suo elencare, edificare eppoi cesellare il testo per continue colature che inevitabilmente si sfaldano, si riaffaccia nel lavoro di Menotto attraverso la costruzione di un’immagine spesso barocca, ridondante, un collage di elementi disparati spesso organizzati su un asse che taglia e ribalta l’immagine. Calvino stesso d’altro canto ci dice che Marco più che parlare, per farsi comprendere dal Kublai Kan gesticola, salta, urla e tira fuori gli oggetti più disparati (piume di struzzo,cerbottane, quarzi, pesci salati…); Matteo allo stesso modo non disegna, ma prende, taglia, incolla, assembla immagini per suggerirci l’ineffabile esperienza dell’esplorazione dello spazio urbano. Ecco quindi che un castello di carte può sorreggere un fregio architettonico, una coppia di ballerini, un lampadario, alcuni uomini impiccati e una medusa, degli alberi, una sedia…per limitarci ad una sola delle illustrazioni, in un gioco d’associazioni e citazioni, libero
come la scelta istintiva di seguire un vicolo piuttosto che un altro. Un continuo rimando al sopra e al sotto sembra invitarci ad andare oltre gli elementi dati, come i riferimenti alla Venezia di Marco, o alla Milano e alla Berlino di Matteo, e addentrarci nei meandri di un linguaggio visivo che ammiccando al web design e alla grafica pubblicitaria si pone l’arduo compito di fissare in immagini ciò che continuamente sfugge, la molteplicità degli sguardi, l’intrecciarsi di percorsi e scambi, in una parola: la vita di una città, e insieme di tutte le città. Anche l’uso del bianco e del nero, del pieno e del vuoto, sembra rimare con la tecnica dello scrittore, che gioca a dire e poi smentire, a raccontare ciò che per sua ammissione dovrebbe omettere, in un gioco di specchi che evita lo sterile esercizio di stile aprendosi ad una visione del mondo regolata dal desiderio e dalla necessità dei rapporti umani; allo stesso modo, l’algida tavolozza dell’architetto si apre allo stupore del tramonto, e si lascia andare alla fluidità senza contorni dell’acquarello. Sopraelevate, rovesciate, appese, espanse, volanti, sotterranee, inaccessibili o sempre qui, lontane o dietro l’angolo, le città che Marco e Matteo ci descrivono rimangono in piedi finché chi le abita decide di uscire di casa, e vive la gioia dello stare insieme: l’unico tesoro che manca all’imperatore dei Tartari. Per questo ancora oggi Kublai Kan passa le giornate a sognarci disteso su pavimenti di maiolica, cercando di spingere lo sguardo oltre al muro del suo giardino di magnolie.